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Revolutionary Road (2008), la recensione: l’altra faccia del sogno americano

Proseguiamo la nostra rubrica di recensioni di film che hanno fatto la storia del cinema analizzando “Revolutionary road” (2008), diretto da Sam Mendes con protagonista la coppia Leonardo DiCaprio e Kate Winslet.

Il film è tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore statunitense Richard Yates. Giornalista e sceneggiatore, esercitò una profonda influenza sulla letteratura americana del Novecento e fu accostato ad autori come J.D. Salinger e John Cheever. Nel caso di Yates, è stata coniata l’espressione “oblio editoriale”: i suoi libri, per moltissimi anni, sono rimasti fuori catalogo negli stessi Stati Uniti; in Italia è stato pubblicato solamente nel 1977. La rivista americana “Esquire” lo definì “uno dei grandi scrittori meno famosi d’America”. Condusse una vita dissipata e infelice, segnata dalla dipendenza dall’alcol e da matrimoni falliti. Yates, dopo la sua morte, è stato riscoperto, ricevendo quegli onori e quella fama che non gli vennero tributati in vita, al punto tale che le sue opere sono ora considerate dei grandi classici. È stato influenzato dallo scrittore Francis Scott Fitzgerald, in particolare dal suo romanzo “Il grande Gatsby” e dallo scrittore Gustave Flaubert, in particolare dal suo romanzo “Madame Bovary”.

A firmare la regia del film “Revolutionary Road” è il regista britannico Sam Mendes, che nella sua filmografia vanta “American Beauty”, del 1999, che ottenne uno straordinario successo sia da parte del pubblico sia da parte della critica. Mendes, nella pellicola tratta dall’opera di Yates, si avvale delle interpretazioni di Leonardo DiCaprio e Kate Winslet, la coppia di attori già collaudata, con eccezionali risultati, nel kolossal “Titanic”.

In “Revolutionary road” vi sono vari temi, atmosfere e personaggi che possono essere connessi alle opere di altri artisti, secondo un’impostazione dialettica e interdisciplinare che va oltre l’ambito del mezzo espressivo cinematografico. Questo film si colloca, in questo modo, all’interno di un orizzonte culturale più ampio e stabilisce molteplici, feconde e stimolanti connessioni, in campo artistico, ai dipinti di Edward Hopper (ad esempio “Nottambuli”) e, in campo letterario, ai racconti di Raymond Carver (ad esempio “Cattedrale”).

Citiamo due frasi su questi due importanti personaggi:

“L’atmosfera che Hopper rappresentò nelle sue tele infonde una serenità illusoria, poiché le persone che popolano gli spazi urbani, anche se vicine, sono lontane mentalmente e sono come alienate, perse nel loro mondo, quasi irreali”.

“Carver tratteggia la vita tediosa nei sobborghi americani della middle class, mostrandone l’insoddisfazione e il senso incombente di inadeguatezza; offre il ritratto di un’America disfunzionale.”

Queste citazioni si collegano a un’altra citazione, di Richard Yates: “Penso di avere concepito questo romanzo come una critica all’American Life degli anni Cinquanta, durante i quali c’era un desiderio di conformità in tutto il Paese, non solo in periferia – una sorta di disperata ricerca di sicurezza e stabilità, esemplificata dall’amministrazione Eisenhower e dalla caccia alle streghe di McCarthy. Molti americani si sentirono traditi da questi eventi, ed era quello stato d’animo che ho cercato di infondere in April Wheeler. Ho scelto quel titolo per suggerire che la strada rivoluzionaria intrapresa nel 1776 negli anni Cinquanta sia giunta a qualcosa di molto simile a un vicolo cieco.”

Recensione Revolutionary Road: l’altra faccia dell’american way of life

“Revolutionary road” rappresenta l’altra faccia dell’american way of life. La vicenda di Frank e April si svolge nel 1955, dopo il periodo del secondo dopoguerra, segnato dalla già citata “caccia alle streghe” del maccartismo e qualche anno prima di quella che sarebbe stata l’epoca di Kennedy degli anni Sessanta, che lasciò un’impronta profonda nella storia americana. Questo presidente degli Stati Uniti fece rivolgere il suo Paese lo sguardo al futuro con ottimismo e fiducia. Quando Frank accetta l’allettante proposta del dirigente aziendale, il sogno parigino in cui la coppia aveva investito tempo, energie e risorse viene abbandonato; prevalgono le ragioni economiche, un solido e rassicurante buon senso e l’attaccamento all’ambiente in cui vivono e di cui, ormai, sono parte integrante. La frase pronunciata da April, seduta al tavolo della cucina insieme a Frank, dopo la passeggiata nel bosco insieme al loro amico John: “Sai, è la prima persona che sembra capire di cos’è che parliamo” fa intuire allo spettatore che John, nonostante sia una persona molto instabile e con serie difficoltà a gestire i suoi problemi psicologici, ha stabilito un alto livello di empatia con la coppia. Il personaggio di John Givings è basato su una persona, un malato di mente, conosciuta da Yates nella realtà, negli anni Cinquanta. Frank, durante l’incontro con John, dice: “Noi scappiamo dal vuoto disperato di tutta la vita qui.” Le cause del vuoto disperato di John sono i suoi pesanti problemi psicologici, per i quali è stato ripetutamente sottoposto alla devastante esperienza dell’elettroshock; la causa del vuoto disperato di Frank e April è l’esistenza inautentica che conducono nel loro mondo, Revolutionary Hill. 

La coppia progetta un’esistenza autentica: quella che vivrebbero a Parigi; che non sarebbe perfetta, ma che, comunque, immaginano sarebbe enormemente più in risonanza con i loro modi di essere. April tenta di persuadere lo scettico marito: argomenta che la vita a Parigi permetterebbe a Frank di esprimere la sua vera natura e che sarebbe un contesto adeguato alle sue aspirazioni e potenzialità: “È quello che sei che viene soffocato, è quello che sei che viene negato e negato in questo genere di vita”; “È la nostra occasione, Frank. È la nostra unica occasione.”

Le cause del vuoto disperato di John sono molto differenti da quelle del vuoto disperato dei Wheeler; c’è, tuttavia, un’affinità profonda: un senso di nullità. Su questa comune sensazione, durante la passeggiata nel bosco, stabiliscono un dialogo intenso e profondamente umano. È molto significativo il dialogo tra April e Shep nel dancing in cui bevono, ascoltano musica jazz e ballano al ritmo della musica swing. Shep tenta di fare riacquistare fiducia alla ragazza sul valore della loro coppia: “Siete i Wheeler… siete una coppia fantastica, lo dicono tutti.” April, in questa fase, è in un’impasse; il fallimento del progetto parigino la spinge a riflettere sul proprio ruolo, che percepisce come patetico e assolutamente privo di senso. Vive il corso degli eventi con un senso di profonda impotenza. “Io vedevo tutto un altro futuro. Non riesco a smettere di vederlo. Non posso partire, non posso restare. Non servo a niente e a nessuno.” Durante il pranzo di April e Frank in compagnia di John e dei suoi genitori, in cui Frank ha un durissimo scontro con John, dopo che quest’ultimo ha provocato lui e la sua compagna, la storia prende bruscamente una direzione che, attraverso momenti di altissima tensione, condurrà gli spettatori verso un devastante, tragico finale. Dopo la morte di April, Shep manda un messaggio chiaro e inequivocabile a Milly: “Non voglio più sentire parlare dei Wheeler”. Anche il marito della signora Givings, nell’ultima scena del film, spegne i suoi auricolari per non ascoltare la moglie mentre parla di April e Frank e della casa in cui viveva la coppia. April e Frank esisteranno finché qualcuno manterrà viva la loro memoria. Buona parte delle persone, che hanno condiviso esperienze importanti e significative insieme a loro, vogliono rimuovere il loro ricordo. I Wheeler scivolano nell’oblio. Frank e i suoi bambini continuano la loro vita, ma niente è più come prima. La vita di coppia di Frank e April, che aveva attraversato vari momenti idilliaci, culminati nel progetto parigino, non esiste più. Il travolgente entusiasmo è scomparso per sempre; ora, al suo posto, c’è soltanto una struggente melanconia.

In conclusione, questo film proietta gli spettatori in una dimensione, l’America degli anni Cinquanta, lontana da loro nello spazio e nel tempo ma, nonostante questa vertiginosa distanza, nelle emozioni dei personaggi riconoscono le loro emozioni, vive e palpitanti. Questo riconoscimento spiazza gli spettatori; li invita a riflettere e a mettere in discussione alcuni dei loro approcci mentali alla vita. Spesso questo film non è compiacente verso di loro e ai tanti interrogativi non offre risposte rassicuranti. Anche in questo consistono le straordinarie capacità narrative di Yates e Mendes.

“Revolutionary road” è un’esperienza assolutamente unica, che riesce nel delicatissimo scopo di fare vibrare le più intime corde empatiche degli spettatori; può essere apprezzato da quella categoria di pubblico appassionato di storie romantiche e da quella del pubblico colto per i suoi profondi significati, che spaziano tra il cinema, la letteratura, la psicanalisi, la Storia e la sociologia. Può, tuttavia, essere un’esperienza emozionante e istruttiva anche per un vasto pubblico. È, dunque, un film consigliatissimo, da vedere e rivedere con entusiasmo e attenzione.

Tra i tanti interrogativi posti dal film c’è n’è uno fondamentale: se gli spettatori di “Revolutionary road” avessero l’opportunità di dare una svolta alla loro vita, rappresentata, nel caso di Frank e April, dal progetto parigino, la coglierebbero o continuerebbero a vivere nel loro vecchio mondo, nonostante tutti i suoi limiti?     

Marco Peraio

Sono appassionato di fumetti e libri

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