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Non tutti gli eroi hanno il mantello: intervista allo Spider-Man che porta sorrisi nei reparti di oncologia pediatrica

Non tutti gli eroi hanno il mantello. Alcuni hanno una maschera, una tuta rossa e blu, due lenti bianche al posto degli occhi e la capacità, anche solo per mezz’ora, di trasformare una stanza d’ospedale in un pezzo di New York sospeso tra fantasia e realtà.

Perché ci sono luoghi in cui la parola “eroe” va usata con cautela. I reparti di oncologia pediatrica, ad esempio, sono mondi delicati, complessi, pieni di coraggio vero: quello dei bambini, delle famiglie, dei medici, degli infermieri, degli educatori. Eppure, proprio lì, dove la quotidianità può diventare cura, attesa, paura, stanchezza, terapia, un personaggio nato tra le pagine di un fumetto può assumere un significato nuovo.

Spider-Man, in fondo, è sempre stato questo: un ragazzo normale costretto a fare i conti con responsabilità più grandi di lui. Non un dio, non un alieno, non un miliardario, ma un giovane pieno di dubbi, sensi di colpa, fragilità e ironia. Uno che cade, sbaglia, si rialza e torna a provarci. Forse è anche per questo che, quando entra in una stanza d’ospedale, i bambini non vedono soltanto un costume. Vedono qualcuno che conoscono, qualcuno che appartiene al loro immaginario, qualcuno che può sedersi accanto a loro e dire, senza bisogno di troppe spiegazioni: “Sono qui”.

Il protagonista di questa storia è un giornalista e fotografo (sì proprio come Peter Parker). Ma, nel tempo libero, diventa Spider-Man come volontario in un’associazione, il Comitato per la vita “Daniele Chianelli di Perugia, cercando di donare momenti di gioco, leggerezza e fantasia ai bambini malati oncologici. Il suo vero nome non lo scriveremo. Perché l’anonimato, come ci insegna la migliore tradizione dei supereroi, non è un dettaglio: è parte della missione e perché citando Gino Bartali “il bene si fa ma non si dice

Lo chiameremo Andrea. Anche se, probabilmente, lui preferirebbe essere chiamato semplicemente Spider-Man.

Quando è nato il tuo amore per Spider-Man e cosa ti rappresenta di Peter Parker?

«Il mio amore per Spider-Man nasce alla fine degli anni Ottanta, quando lessi per la prima volta il fumetto dell’Uomo Ragno. Poi arrivò il cartone animato e quel supereroe iniziò a piacermi sempre di più. All’inizio, quindi, è nato tutto dai fumetti. Poi, anni dopo, con la prima trilogia di Sam Raimi al cinema, quella passione è esplosa di nuovo».

Per Andrea, però, Spider-Man non è rimasto soltanto un personaggio dell’infanzia. È diventato una figura capace di attraversare le generazioni, di parlare ai bambini ma anche agli adulti, di tornare con significati diversi nelle varie fasi della vita.

«Negli ultimi anni questa passione si è alimentata ancora di più, soprattutto con la nascita di mio figlio. Mi sono reso conto che Spider-Man è un personaggio universale, capace di abbracciare tante generazioni. Non è un caso se anche per i bambini più piccoli esistono tantissime cose dedicate a lui, nonostante sia nato come icona nel 1962».

Ma il punto vero, per lui, è Peter Parker. Più ancora dei poteri, più ancora delle ragnatele, più ancora delle acrobazie tra i palazzi.

«Di Peter Parker mi rappresentano moltissime cose del carattere. Soprattutto l’insicurezza, la presa di responsabilità, i sensi di colpa, purtroppo o per fortuna, e quella grande umanità che lo porta tante volte a sacrificare la propria vita per gli altri perchè Peter Parker per essere Spider Man deve in qualche modo sacrificarsi».

Quando hai deciso di portare il cosplay negli ospedali e com’è stata la prima volta?

La decisione arriva circa due anni fa, in un periodo che coincide anche con un cambiamento personale importante: la nascita del figlio. Andrea aveva sempre guardato con ammirazione gli attori che, indossando i panni dei loro personaggi, entravano negli ospedali per incontrare i bambini insieme ad alcuni volontari che utilizzavano i costumi dei super-eroi per entrare nelle corsie d’Ospedale

«Ho sempre visto con tanta ammirazione gli attori cinematografici che portano i loro personaggi negli ospedali. Penso agli attori della Marvel, ma anche a Johnny Depp quando si presentava vestito da Jack Sparrow. Mi sono sempre chiesto quale potesse essere la sensazione di portare un personaggio di quel tipo dentro un mondo come quello ospedaliero».

A spingerlo definitivamente è stata anche la storia di Mattia Villardita, lo Spider-Man italiano diventato famoso per il suo impegno con i bambini e nominato Cavaliere della Repubblica.

«Vedendo lui ho pensato che potevo provare anche io questa esperienza, perchè vedo quanta umanità c’è nel donare un sogno ai bambini. Lui è molto conosciuto ed è una sorta di capofila degli Spider Man di corsia, io  per ora, preferisco fare Spider-Man e basta senza mostrare la mia identità (entrando sempre di più nel personaggio).».

La prima volta, racconta Andrea, è stata un turbinio di emozioni. Una di quelle esperienze che restano scolpite nella memoria.

«Mi tremavano le mani. Dopo il primo ingresso nella prima stanza ero già completamente sudato, ma sudato per l’emozione. Mi rendevo conto che potevo donare anche solo dieci minuti di gioia a bambini che affrontano terapie molto lunghe».

In oncologia pediatrica il tempo ha un peso diverso. Le giornate possono somigliarsi, essere scandite da cure, attese, controlli. E proprio per questo un ingresso inatteso, una maschera conosciuta, una voce allegra possono cambiare il ritmo di una giornata.

«Mi sono reso conto che, soprattutto per i bambini più piccoli, l’ingresso di Spider-Man nella loro stanza diventava un evento sensazionale. Per questo cerco di renderlo il più vero possibile: nei movimenti, nelle pose, nel modo di parlare. Spider-Man è un chiacchierone nei fumetti e nei cartoni, quindi io cerco di parlare tantissimo con i bambini».

Quella prima giornata Andrea dice di ricordarla ancora in ogni dettaglio: lo staff, gli infermieri, i dottori, i bambini che lo vedevano comparire per la prima volta in corsia.

«Tutto ruotava intorno al fatto che Spider-Man fosse lì. È stata un’emozione straordinaria».

Cosa provi prima di entrare in reparto?

Prima di entrare, la domanda è sempre la stessa: sarò all’altezza?

«Mi chiedo se riuscirò a fare Spider-Man con i bambini. Se riuscirò, anche solo per poco, a fargli dimenticare perché stanno su quel letto e non da un’altra parte».

Andrea paragona quei momenti a quelli che precedono una corsa o un trekking impegnativo. Il respiro cambia, la concentrazione sale, arrivano dubbi e adrenalina.

«È come prima di una corsa o prima di salire su una montagna. Ti chiedi: ce la farò? Mi farò male? Riuscirò ad arrivare in vetta? Poi ti allacci gli scarponi, o le scarpe, e vai».

Nel suo caso, quel momento arriva quando sale in ascensore con le educatrici verso il reparto. Poi si cambia, indossa la maschera e il passaggio avviene.

«Quando mi metto la maschera divento Spider-Man. In quel momento la cosa migliore è seguire tutto quello che ho amato fino ad allora. Essere Spider-Man».

Come reagiscono i bambini quando ti vedono?

Con i bambini più piccoli, racconta Andrea, la magia è quasi immediata.

«Fino ai dieci anni la credibilità è totale. Il costume aiuta tantissimo, ci ho lavorato molto. Per loro Spider-Man è lì».

Naturalmente i bambini sono acuti, curiosi, spesso molto più pronti degli adulti. La domanda arriva puntuale: “Io lo so chi sei, tu sei Peter Parker”.

Andrea ha trovato la sua risposta perfetta.

«Gli dico: sì, è vero, Peter Parker è uno dei tanti Spider-Man che ci sono nel mondo. Conosci il multiverso, no? Lo Spider-Man di Peter Parker sta a New York. Tu adesso stai parlando con lo Spider-Man che sta a Perugia».

A quel punto, dice, il muro cade. Il gioco diventa reale, o meglio: diventa una realtà condivisa.

«Per loro io sono Spider-Man. La reazione dei più piccoli è quasi sempre di stupore, emozione ed euforia».

Il momento più bello, però, è vedere che anche i bambini più stanchi, più provati dalle cure, trovano uno stimolo per alzarsi, parlare, giocare.

Andrea ricorda un bambino di otto o nove anni, sdraiato a letto. Lui entrò nella stanza come fa spesso: sbucando da sotto la porta, con movimenti un po’ teatrali, un po’ acrobatici, cercando di richiamare le pose classiche dell’Uomo Ragno.

«Appena mi ha visto ha strabuzzato gli occhi e si è alzato. Abbiamo giocato a carte per una ventina di minuti. Poi a un certo punto mi ha detto che voleva rimettersi giù».

Solo dopo, un’infermiera gli fece capire il valore di quel piccolo gesto.

«Mi disse che era stata una cosa straordinaria, perché di solito quel bambino era molto passivo, anche a causa delle cure. Vederlo attivo perché c’era Spider-Man significava che quel personaggio era riuscito a trainare le emozioni e la voglia di fare».

C’è un momento che ti ha fatto capire che non stavi solo “giocando”, ma facendo qualcosa di importante?

Per Andrea non c’è un solo momento. Ce ne sono tanti. Spesso sono silenziosi, piccoli, quasi laterali. Una pacca sulla spalla. Uno sguardo di un genitore. Un grazie detto sottovoce.

«Quando entri nelle stanze, soprattutto con i bambini che non possono uscire, tu fondamentalmente stai vicino a loro. Fai due chiacchiere, giochi con il didò, giochi a carte, fai giochi da tavolo, colori e disegni. Ma quando vedi i genitori che ti danno una pacca sulla spalla e ti dicono grazie, perché hai regalato a loro figlio mezz’ora che per lui è aria, ossigeno, lì capisci che non stai solo indossando un costume».

In quel momento il cosplay smette di essere semplice imitazione. Diventa relazione.

«Mi sono reso conto che incarno un personaggio che per loro è energia, fantasia, stupore. Si attivano. Anche fare lo stesso gioco che farebbero con un’educatrice o con un parente cambia, se lo fanno con Spider-Man. Per loro diventa il ricordo di una giornata importante».

Proprio per questo, spiega, gli ingressi non sono troppo frequenti. Devono restare eventi speciali.

«Non lo faccio tantissime volte al mese. Più o meno siamo sulle due volte al mese. È importante che per i bambini non diventi una cosa di tutti i giorni. Devono aspettare davvero il ritorno di Spider-Man».

Qual è l’episodio che ti ha emozionato di più?

Tra tutti i ricordi, ce n’è uno che Andrea racconta con una voce diversa. Riguarda un bambino di circa quattro anni, fuori dal reparto, insieme ai genitori e alle valigie.

Era il giorno del suo ingresso. La famiglia doveva prendere possesso della stanza. In altre parole, quel bambino stava per iniziare un percorso di cura lungo mesi. Ma lui non voleva entrare.

«Era fuori dal reparto da un paio d’ore. Stava nella zona del day hospital e non voleva entrare».

Andrea lo nota, si avvicina piano, inizia a giocare con lui. Il bambino è un po’ spaventato, ma lentamente si lascia coinvolgere. Poi arriva l’intuizione di un infermiere, che si avvicina a Spider-Man e gli sussurra: prova a dirglielo tu di entrare in stanza.

«Gli ho detto: “Tesoro, vuoi farmi vedere la tua nuova stanza?”. Lui si è alzato e mi ha risposto: “Sì, a Spider-Man sì”».

Il bambino gli prende il dito. Da una parte c’è la mamma, dall’altra Spider-Man. Insieme percorrono il corridoio verso la stanza.

«Quel corridoio me lo sono fatto completamente in lacrime. Per fortuna la maschera mi ha aiutato a nasconderlo. In quel momento ho avuto davvero la sensazione di essere, tra virgolette, un supereroe».

Poi, però, arriva anche il peso emotivo di quello che è appena accaduto.

«Da papà penso che, in un mondo giusto, Spider-Man non dovrebbe accompagnare un bambino di quattro anni in una stanza di oncologia pediatrica. Dovrebbe accompagnarlo a giocare al parco. Però purtroppo la realtà è questa. Le malattie ci sono. E aver aiutato in quel momento quella famiglia, semplicemente accompagnando il bambino in stanza, è stata l’emozione più grande che ho provato finora».

Come gestisci emotivamente le situazioni più difficili?

Andrea risponde con un paragone teatrale. L’attore, quando entra in scena, è talmente concentrato sul personaggio da riuscire a contenere l’emozione. Prima e dopo, forse, tutto torna. Ma durante, bisogna restare dentro il ruolo.

«Quando mi metto la maschera sono concentrato nel fare Spider-Man. Nel fare i movimenti giusti, nel rispondere nel modo giusto, nel farmi vedere sempre attivo e propositivo».

Ci sono frasi che colpiscono forte. Bambini che gli dicono “sei il mio eroe preferito”, oppure “spero di rivederti più avanti, anche se questo posto non mi piace”. Parole semplici, che in quel contesto hanno un peso enorme.

«In quel momento però sono talmente concentrato nell’essere Spider-Man che riesco a gestire abbastanza bene le emozioni».

Con i bambini più piccoli, paradossalmente, è più semplice. L’effetto meraviglia aiuta, il gioco prende il sopravvento. Con gli adolescenti è diverso.

«Con i ragazzi non puoi giocare sull’effetto wow del personaggio. Ti metti lì, fai una foto, scambi due chiacchiere. E c’è una regola: non chiedere mai “come stai?”. Fondamentalmente non è quello il punto. Il punto è esserci, parlare, condividere un momento».

Che versione del costume usi e qual è il tuo Spider-Man preferito tra fumetti e film?

Il costume che Andrea usa in ospedale è il primo che ha comprato. Poi, confessa, “l’appetito vien mangiando”: oggi ne ha già tre.

«Quello che uso in oncologia pediatrica è ispirato alla trilogia di Sam Raimi. È anche il mio costume cinematografico preferito».

Nella sua personale classifica vengono prima i costumi dei film di Raimi, poi quello di Andrew Garfield in The Amazing Spider-Man, poi quelli di Tom Holland, anche se ammette che l’ultimo costume visto al cinema gli sembra molto vicino allo Spider-Man classico.

Il suo Spider-Man del cuore, però, resta quello di Tobey Maguire.

«Credo sia una questione di affetto. Quando uscì il primo Spider-Man, per una persona che amava quel fumetto, vederlo così bello al cinema fu qualcosa di enorme. Non riesco a vedere male quella trilogia».

Se però si guarda alla fedeltà al fumetto, Andrea riconosce un merito particolare ad Andrew Garfield.

«Probabilmente il Peter Parker e lo Spider-Man che si sono avvicinati di più al fumetto sono quelli di Andrew Garfield. Per l’ironia durante il combattimento, per la fisicità, per il modo di muoversi».

Tra i fumetti, invece, cita con entusiasmo la run di Todd McFarlane, capace di ridisegnare l’immaginario visivo dell’Uomo Ragno.

«Mi piacciono moltissimo quei disegni. La famosa ragnatela a spaghetto, quelle tavole riconoscibilissime. Per me Sam Raimi resta il riferimento al cinema e McFarlane nei fumetti».

Cosa rispondi a chi dice che “sono solo fumetti”?

Andrea sorride, ma la risposta è netta. Nel 2026, liquidare una testata fumettistica che esiste da decenni come “solo fumetti” gli sembra una lettura superficiale.

«Personaggi come Superman, Batman e Spider-Man li conoscono tutti, anche persone che non hanno mai letto un fumetto. Sono icone della nuova letteratura mondiale».

Secondo lui, il fumetto ha affrontato e continua ad affrontare temi profondi: adolescenza, responsabilità, dolore, perdita, identità, paura, senso di colpa, desiderio di essere accettati. Spider-Man, in particolare, non è solo “quello che si arrampica sui muri”.

«Dentro Spider-Man c’è tantissima carne al fuoco. C’è un adolescente che si ritrova a gestire responsabilità enormi. Deve essere Spider-Man e aiutare gli altri, ma deve anche essere Peter Parker, trovare un lavoro, pagare l’affitto, affrontare i problemi con la fidanzata, i sensi di colpa per la morte dello zio».

Forse è proprio questo il motivo per cui i bambini lo sentono vicino.

«Quando chiedo ai bambini perché gli piacciono le mie avventure, tanti mi rispondono: perché sei uno di noi. Non hai soltanto i poteri, hai anche i problemi che abbiamo noi bambini e noi ragazzi. Questo, secondo me, racchiude la risposta: no, non sono solo fumetti».

Oggi abbiamo più bisogno di supereroi o di persone che scelgono di esserlo?

La domanda sembra fatta apposta per Spider-Man. E Andrea lo sa.

«Dire tutti e due sarebbe troppo facile. Penso che abbiamo più bisogno di persone che scelgono di esserlo».

Per lui, indossare il costume non significa semplicemente travestirsi. Significa scegliere di usare un simbolo per creare relazione, per portare un po’ di luce in un luogo difficile, per ricordare ai bambini che possono ancora sognare.

«Io scelgo di interpretare un personaggio che mi piace, che ho letto, che ha un carattere e che in qualche modo può fare del bene. In questo caso ai bambini, in un ambiente oscuro come può essere un reparto di oncologia pediatrica».

Andrea non vede il suo Spider-Man come un personaggio da festa commerciale. Non giudica chi lo fa, chiarisce, ma per lui il senso è un altro.

«Ho bisogno di parlare con il bambino o con il ragazzo. Non voglio essere qualcuno che viene affittato per stare in una festa dove nessuno ti ascolta. Io voglio che ci sia un incontro».

Per questo, oltre agli ospedali, partecipa anche a iniziative in librerie, dove l’incontro con Spider-Man diventa un momento dedicato, costruito, pensato.

«Quando indossi quel costume, in qualche modo diventi davvero un supereroe. Non perché hai i poteri, ma perché quel simbolo ti permette di arrivare ai bambini. E credo che in un’epoca come questa i simboli siano importantissimi. Soprattutto perché non ci fanno smettere di sognare».

Come si chiama la tua associazione e come si può contribuire?

Andrea svolge questa attività come volontario all’interno del Comitato per la vita “Daniele Chianelli” . Gli scopi principali del Comitato sono: il sostegno e la cura, l’assistenza sociale e psicologica dei pazienti bambini e adulti che sono ricoverati presso il reparto di Ematologia e Onco-ematologia pediatrica dell’azienda ospedaliera di Perugia, nonché fornire un’assistenza globale alle famiglie che li assistono per tutto il decorrere della loro malattia.Chi vuole contribuire può farlo sostenendo l’associazione attraverso i suoi canali ufficiali, informandosi sulle attività di volontariato, partecipando alle iniziative pubbliche o aiutando a diffondere i progetti realizzati nei reparti oncologici pediatrici. In contesti delicati come quelli ospedalieri, però, è fondamentale non improvvisare: ogni attività deve essere coordinata con l’associazione, con il personale sanitario e con le strutture coinvolte.

Forse è questo il vero potere dei supereroi. Non salvare il mondo da soli, ma aiutare chi soffre a sostenere le proprie battaglie nel momento in cui ne hanno più bisogno.



Matteo Nardi

Esperto di nuove tecnologie e appassionato di LEGO, Funko e serie TV

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